Quando si parla di rugby e dei valori che questo sport incarna, è impossibile non soffermarsi sulla storia che ha dato origine ai successi del Villa Pamphili. Un percorso nato dalla visione e dalla determinazione di un semplice insegnante di educazione fisica, capace di trasformare lo sport in uno strumento di crescita, inclusione e riscatto.
Chi era davvero Salvatore Gallo?
Abbiamo rivolto la stessa domanda ad alcuni dei suoi ragazzi. Le risposte non restituiscono il ritratto di un allenatore qualunque. Raccontano un uomo che ha cambiato il modo di intendere il rugby a Roma e che, attraverso uno sport allora considerato elitario, ha costruito una comunità che esiste ancora oggi.
Chi era Turi?
“Un secondo padre.” Fabio Di Giovannantonio risponde senza esitazione.
Anche Fabrizio Alberti usa parole simili: “Un secondo padre, un fratello maggiore.”
Paolo Autorino lo descrive invece come “un uomo pacato e signorile” che riusciva a trasmettere affetto senza mai ostentarlo.
La sensazione è che per tutti loro il ruolo di allenatore sia stato quasi secondario.
Turi era prima di tutto una presenza.
Qual è il primo ricordo che vi viene in mente?
Fabio Di Giovannantonio torna al 1975. “Primo allenamento all’Acqua Acetosa con il CUS Roma. Ci vede e ci dice: – Ma voi non siete alunni della scuola Orti di Pace? – ”
Fabio Negri, invece, lo ricorda a Villa Pamphili: “Partiva a piedi da Piazza Pio XI. Arrivava di corsa al campo e montava tutto da solo. Palloni, attrezzature, perfino le strisce delle serrande per fare le linee del campo.”
Anche Paolo Autorino conserva la stessa immagine: “Ricordo i grandissimi sacchi pieni di palloni e le corde delle persiane con cui si facevano le righe.”
Curiosamente, quasi tutti ricordano gli stessi dettagli.
Non le partite.
Non i risultati.
I palloni, le corde, il campo costruito ogni giorno.
Come se il messaggio fosse sempre stato lì: il rugby bisogna prima costruirlo.
Com’era Gallo allenatore?
“Nessuna differenza” dice Di Giovannantonio. “Gallo è un rugbista totale.”
Negri conferma: “Non distinguevo il professore dall’uomo, dal presidente o dall’allenatore. Era sempre concentrato sul suo progetto.”
Questa fusione tra vita e rugby ritorna continuamente nelle testimonianze. Per Turi non esisteva un momento in cui smetteva di essere educatore.
Il rugby non era una parte della sua vita. Era il modo attraverso cui interpretava la vita.
Quali valori cercava di trasmettere?
Qui le risposte diventano quasi unanimi.
“Detestava la prestazione del singolo” racconta Di Giovannantonio. “Da soli non si va da nessuna parte. È il gruppo che conta.”
Negri ricorda la stessa idea in modo diverso: “Quando ti chiedeva di giocare sapevi che contava su di te non soltanto per il risultato ma per il comportamento e per la personalità.”
Per Turi il rugby non serviva a creare campioni. Serviva a creare persone affidabili. Persone sulle quali gli altri potessero contare.
C’era una frase che ripeteva spesso?
Di Giovannantonio ne ricorda una che sembra quasi una filosofia di vita: “Dobbiamo provare a essere ogni giorno migliori.” E aggiunge: “Non era un’indicazione tecnica. Era il rugby che dava significato alla nostra vita.”
Negri ne ricorda un’altra: “Chi arriva prima si riposa due volte.” Sembra una battuta. In realtà racconta bene il suo modo di vedere il gioco: preparazione, movimento, responsabilità.
Ma forse la frase più significativa la ricorda P.T.: “Sta a voi decidere come giocare il pallone.”
Turi insegnava, ma non voleva esecutori. Voleva persone capaci di scegliere.
Cosa rendeva diverso il suo rugby?
Qui emerge forse il lato più innovativo di Salvatore Gallo.
“Non cercava mai il risultato ma il gioco” racconta Di Giovannantonio.
Negri approfondisce: “Il suo rugby, figlio della scuola Villepreux, non si preoccupava di vincere ma di creare sovranumero, passare la palla, muoversi, arrivare per primi.”
E ancora: “Non c’erano ruoli dalla seconda fase in poi. Il primo che arrivava era il mediano, gli altri si schieravano.”
Per l’epoca era quasi una rivoluzione.
P.T. ricorda: “A quei tempi il rugby aveva altre regole. Ci si menava in campo e fuori. Il pallone spesso era fermo. A lui piaceva vederlo viaggiare.”
Molte squadre più forti sulla carta restavano sorprese da quel modo di giocare.
Perché Turi non stava insegnando soltanto schemi. Stava insegnando libertà e responsabilità.
Chi erano i suoi ragazzi?
La risposta più semplice la dà ancora Fabrizio Alberti: “Accoglieva chiunque.”
Fabio Negri sorride ricordando una battuta diventata leggenda: “Noi diciamo sempre che ha tesserato pure i parcheggiatori abusivi del Tre Fontane.”
Dietro l’ironia c’è una verità: Turi non selezionava ma coinvolgeva.
“Veniva gente che non si conosceva” racconta Negri “e dopo poco erano tuoi amici.”
Per Di Giovannantonio il criterio era ancora più semplice: “Chi credeva nel suo rugby era un suo ragazzo.”
Cosa vi ha lasciato?
Qui le risposte diventano quasi commoventi.
“Mi ha dato una prospettiva da rugbista” dice Di Giovannantonio. “Ha tolto me e tanti altri dalla strada usando sempre e solo il rugby.”
Negri racconta che oggi cerca di fare con sua figlia ciò che Turi ha fatto con lui: “Le insegno che i risultati sono coerenti con l’impegno che ci metti.” E aggiunge: “Quando vedo un compagno insicuro provo a incoraggiarlo. Così come Turi ha sempre fatto con me.”
Forse l’eredità più importante è tutta qui: Non nelle vittorie e non nelle promozioni, ma nel fatto che i suoi ragazzi, dopo quarant’anni, continuano inconsapevolmente a fare ciò che lui faceva.
Perché Salvatore Gallo è stato un innovatore?
Nessuno degli intervistati usa questa parola.
Eppure tutte le loro risposte portano nella stessa direzione:
- Turi ha portato il rugby dove non c’era.
- Ha accolto chi normalmente sarebbe rimasto fuori.
- Ha promosso il rugby femminile quando quasi nessuno ne parlava.
- Ha creduto che il gioco fosse più importante del risultato.
- Ha costruito comunità prima ancora che squadre.
- Ha insegnato ai ragazzi a pensare prima che a obbedire.
Forse la sua innovazione più grande è stata questa: aver capito, molti anni prima degli altri, che il rugby non serve a formare giocatori. Serve a formare persone.
E, a giudicare da chi ancora oggi lo chiama semplicemente “Turi”, ci è riuscito.