La tecnologia cambierà il nostro corpo? Forse la domanda più interessante è un’altra: cosa sta cambiando, oggi, nel nostro modo di pensare, scegliere e stare con gli altri?
Gobbo. Con il collo più spesso. Le mani quasi trasformate in artigli. Gli occhi modificati dall’esposizione agli schermi. E persino un cervello più piccolo.
È l’immagine piuttosto inquietante di “Mindy”, una rappresentazione dell’essere umano del futuro realizzata alcuni anni fa per immaginare, portandole all’estremo, alcune conseguenze di un rapporto sempre più intenso con smartphone, computer e altri dispositivi digitali. Il Riformista
L’immagine colpisce.
Ed è proprio questo il suo scopo. Ma forse possiamo usarla per farci una domanda diversa.
E se per capire come la tecnologia ci sta cambiando non fosse necessario aspettare l’anno 3000?
Il futuro come provocazione
Immaginare l’essere umano tra mille anni è affascinante, ma sarebbe sbagliato prendere questa rappresentazione alla lettera.
L’articolo stesso descrive il prototipo come provocatorio: serve più a interrogarsi sulla direzione che stiamo prendendo che a formulare una previsione affidabile sulla nostra evoluzione biologica. Il Riformista
Ed è proprio qui che l’esperimento diventa interessante. Perché alcune trasformazioni non richiedono mille anni.
Non abbiamo bisogno di sviluppare una “mano ad artiglio” per accorgerci che passiamo molto tempo tenendo uno smartphone. Non dobbiamo aspettare una nuova forma degli occhi per chiederci quante ore trascorriamo davanti agli schermi. E soprattutto non abbiamo bisogno che il nostro cervello diventi fisicamente più piccolo per domandarci:
Quali capacità stiamo esercitando e quali stiamo delegando alla tecnologia?
Ogni tecnologia ci cambia
Gli esseri umani hanno sempre costruito strumenti. E gli strumenti, a loro volta, hanno modificato il nostro modo di vivere.
La scrittura ci ha permesso di affidare una parte della memoria a qualcosa di esterno alla nostra mente. Le mappe hanno cambiato il nostro modo di orientarci. La fotografia il modo di conservare i ricordi. I motori di ricerca il modo di trovare informazioni.
Lo smartphone concentra moltissime di queste funzioni in un unico oggetto.
Ricorda appuntamenti per noi. Ci indica la strada. Conserva fotografie e numeri di telefono. Suggerisce cosa ascoltare e cosa guardare. Ci permette di parlare con una persona dall’altra parte del mondo. E oggi l’intelligenza artificiale può anche scrivere, riassumere, tradurre, spiegare e proporre soluzioni.
Non c’è necessariamente qualcosa di negativo in tutto questo. Il punto non è stabilire se la tecnologia faccia bene o male.
Il punto è capire che cosa scegliamo di affidarle.
Se uno strumento pensa con noi
La provocazione del “cervello più piccolo” è probabilmente la parte più interessante proprio perché rischia di portarci nella direzione sbagliata.
La domanda non dovrebbe essere:
“La tecnologia renderà il nostro cervello più piccolo?”
Una domanda più utile è:
“Che cosa succede quando smettiamo di esercitare una capacità perché uno strumento può svolgerla al posto nostro?”
Pensiamo alla navigazione.
Se utilizziamo sempre un navigatore, possiamo arrivare in luoghi che non conosciamo con grande facilità. È una possibilità straordinaria. Ma possiamo anche attraversare una città senza costruirci quasi nessuna rappresentazione mentale del percorso.
Lo stesso vale per molte altre attività. Possiamo ricordare un’informazione oppure sapere dove cercarla. Possiamo fare un calcolo oppure utilizzare una calcolatrice. Possiamo scrivere un testo oppure chiedere a un’intelligenza artificiale di produrne uno.
La questione non è scegliere sempre la prima possibilità.
È sapere quando stiamo usando uno strumento e quando gli stiamo consegnando una scelta.
Anche l’attenzione si allena
C’è poi una trasformazione molto meno spettacolare di quella immaginata per l’uomo del 3000. Non si vede in una radiografia e non produce mani deformate.
È il modo in cui distribuiamo la nostra attenzione.
Una notifica interrompe una conversazione. Un messaggio ne richiama un altro. Un video finisce e quello successivo comincia automaticamente.
Apriamo lo smartphone per fare una cosa e, qualche minuto dopo, ci accorgiamo di stare facendo tutt’altro.
Anche qui sarebbe troppo semplice concludere che “lo smartphone ci distrae”.
Le piattaforme sono progettate in modi diversi, le persone le utilizzano diversamente e lo stesso dispositivo può essere contemporaneamente strumento di studio, relazione, lavoro, creatività e intrattenimento.
Ma possiamo porci una domanda concreta:
chi sta decidendo dove va la nostra attenzione?
Il corpo è soltanto una parte della storia
La figura di Mindy rende visibile il corpo: schiena, collo, mani, occhi.
Ma la cittadinanza digitale riguarda anche trasformazioni che non possiamo disegnare così facilmente.
Come scegliamo una fonte. Come reagiamo a un messaggio. Quanto rapidamente inoltriamo un’informazione. Cosa raccontiamo di noi. Come trattiamo una persona dietro uno schermo. Quanto siamo disposti a cambiare idea. Quando chiediamo aiuto. Quando spegniamo il telefono. Quando decidiamo che una risposta dell’intelligenza artificiale deve essere verificata.
Sono comportamenti molto meno spettacolari di una mano ad artiglio.
Eppure descrivono forse molto meglio il rapporto tra esseri umani e tecnologia.
Non siamo spettatori dell’evoluzione digitale
Quando immaginiamo “l’uomo del 3000” rischiamo di pensare al futuro come a qualcosa che semplicemente ci accadrà.
La tecnologia avanza e noi ci adattiamo.
Ma non è l’unica possibilità.
Possiamo progettare tecnologie diversamente. Possiamo stabilire regole. Possiamo educare. Possiamo scegliere quando utilizzare uno strumento e quando farne a meno. Possiamo imparare a riconoscere i meccanismi che cercano di catturare la nostra attenzione. Possiamo decidere quali informazioni condividere. Possiamo usare l’intelligenza artificiale per ampliare una capacità invece di sostituirla. Possiamo costruire abitudini diverse.
In altre parole, non siamo soltanto utenti dello spazio digitale. Siamo anche persone che contribuiscono a determinarne le regole, i comportamenti e la cultura.
Una domanda per il 3000. E cinque per domani mattina.
Forse nessuno di noi vedrà l’essere umano dell’anno 3000.
Ma domani mattina probabilmente prenderemo in mano uno smartphone.
E allora l’esperimento può diventare molto più semplice.
Possiamo chiederci:
Cosa sto facendo con questo strumento?
Sono io a scegliere di usarlo o sto semplicemente reagendo?
Cosa sto delegando?
Quale capacità sto esercitando?
Potrei usarlo diversamente?
Non sappiamo come sarà l’essere umano del 3000.
Ma sappiamo una cosa: il nostro rapporto futuro con la tecnologia non dipenderà soltanto da ciò che la tecnologia sarà capace di fare.
Dipenderà anche da che cosa noi sceglieremo di continuare a saper fare.
Questo approfondimento prende spunto dalla rappresentazione provocatoria dell’essere umano del futuro raccontata in un articolo de Il Riformista del 7 novembre 2022.” con il collegamento all’articolo originale de Il Riformista
