APPROFONDIMENTO · RIFLESSIONI

E se il problema non fosse lo smartphone?

Il caso contro Meta riapre una domanda fondamentale: quanto del nostro comportamento online dipende dalle nostre scelte e quanto dal modo in cui le piattaforme sono progettate?

Per anni abbiamo ripetuto più o meno la stessa frase:

“I ragazzi stanno troppo tempo al telefono.”

È una frase semplice. Forse troppo.

Perché mette immediatamente al centro una persona, il suo comportamento e la sua capacità di controllarsi.

Ma negli Stati Uniti una grande battaglia giudiziaria contro Meta, la società proprietaria di Facebook e Instagram, ha portato davanti a un tribunale una domanda diversa.

E se una parte del problema fosse anche nel modo in cui questi ambienti sono progettati?

Non è un processo a Internet

Nel 2023 una coalizione bipartisan di procuratori generali statunitensi ha avviato un’azione contro Meta. Nell’agosto 2026 una parte importante di quella controversia è arrivata a processo in California. Secondo l’accusa, Meta avrebbe progettato e utilizzato su Facebook e Instagram funzionalità capaci di favorire un uso compulsivo da parte di bambini e adolescenti, mentre avrebbe fornito al pubblico una rappresentazione insufficiente o fuorviante dei rischi. (fonte – Procura California)

Meta ha contestato questa ricostruzione, sostenendo di avere lavorato per affrontare i rischi associati all’utilizzo dei social media e di avere introdotto strumenti destinati alla protezione degli utenti più giovani. (fonte – Sky TG24)

Il punto interessante, per noi, non è trasformarci in giudici del processo. È osservare la domanda che quel processo ha portato in primo piano:

dove finisce la responsabilità dell’utente e dove comincia quella di chi progetta l’ambiente digitale?

Una porta può essere progettata per farci entrare

Pensiamo per un momento a uno spazio fisico.

Anche uno spazio digitale è progettato.

Il feed infinito non è una legge della natura. Il conteggio dei like non è inevitabile. Le notifiche non crescono spontaneamente dentro uno smartphone.

Sono scelte di progettazione.

Lo scroll infinito non ha una fine

Prendiamo un gesto diventato quasi automatico: scorrere.

Un feed può non finire mai.

Continuiamo a scorrere e qualcosa di nuovo compare. Poi qualcos’altro. E ancora.

Questo non significa automaticamente che chi utilizza un feed infinito ne diventerà dipendente. Né basta una singola caratteristica dell’interfaccia per spiegare fenomeni complessi che dipendono da persone, età, contesti e molti altri fattori.

Ma cambia una cosa importante.

Il momento in cui fermarsi deve essere deciso dall’utente, perché il prodotto non gli offre necessariamente un punto naturale in cui farlo.

E questa è una differenza che vale la pena riconoscere.

“Basta avere autocontrollo” non spiega tutto

Educare all’autocontrollo rimane fondamentale. Imparare a gestire il proprio tempo, riconoscere un’abitudine e decidere quando interromperla sono competenze importanti dentro e fuori dal digitale. Ma possiamo chiedere molto alle persone senza per questo ignorare il contesto nel quale devono esercitare quelle capacità.

Immaginiamo un ragazzo davanti a uno smartphone. Da una parte gli diciamo:

“Devi imparare a fermarti.”

Dall’altra potrebbe trovarsi davanti a un sistema che seleziona continuamente nuovi contenuti sulla base delle sue interazioni e rende estremamente semplice continuare. Le due cose possono essere vere contemporaneamente.

Dobbiamo educare la persona.

E possiamo interrogarci su come viene progettato lo spazio nel quale quella persona deve scegliere.

Chi decide cosa vedremo dopo?

C’è poi una seconda questione. Quando apriamo un social network non vediamo semplicemente “Internet”.

Vediamo una selezione. Tra una quantità enorme di possibili contenuti, un sistema decide quali mostrarci e in quale ordine.

Le nostre azioni contribuiscono a quella selezione.

La piattaforma può utilizzare questi segnali per personalizzare ciò che apparirà successivamente. Si crea così una relazione particolare.

Noi scegliamo i contenuti, ma i contenuti successivi vengono scelti anche sulla base di ciò che abbiamo fatto prima.

Per questo la domanda “chi decide online?” non ha una risposta semplice.

Non siamo soltanto consumatori

Qui il caso Meta incontra direttamente il tema della cittadinanza digitale. Un cittadino non deve conoscere il codice con cui è stato programmato Instagram. Ma dovrebbe sapere che un ambiente digitale ha un’architettura.

Dovrebbe potersi chiedere perché sta vedendo qualcosa. Dovrebbe sapere che una raccomandazione non è necessariamente neutrale. Dovrebbe riconoscere quando una funzione cerca di riportare la sua attenzione dentro una piattaforma. E dovrebbe poter scegliere con maggiore consapevolezza.

Questa capacità ha un nome molto semplice:

capire lo spazio nel quale ci troviamo.

Lo facciamo quando attraversiamo una città.

Possiamo imparare a farlo anche quando attraversiamo uno spazio digitale.

Responsabilità non significa trovare un colpevole

C’è un rischio, però. Passare da:

“È colpa dei ragazzi che usano troppo lo smartphone”

a:

“È colpa delle piattaforme”

non ci porterebbe molto lontano.

La realtà è più complessa.

E anche chi utilizza una tecnologia, crescendo, acquisisce responsabilità nelle proprie scelte. Non si tratta quindi di spostare tutta la responsabilità da una parte all’altra.

Si tratta di distribuirla meglio.

Forse dobbiamo cambiare domanda

Quando incontriamo ragazzi e famiglie è naturale chiedere:

“Quanto tempo passi sullo smartphone?”

È una domanda utile. Ma possiamo aggiungerne altre.

A quel punto il discorso cambia. Non stiamo più misurando soltanto minuti davanti a uno schermo.

Stiamo imparando a osservare il rapporto tra persona, tecnologia e progetto.

Dal tempo dello schermo alla libertà di scelta

Forse è questa la questione più interessante sollevata dal caso contro Meta. Non stabilire semplicemente se i social siano buoni o cattivi. E neppure decidere se la responsabilità appartenga tutta agli utenti o tutta alle aziende.

La domanda più utile è un’altra:

Quanto deve essere consapevole una scelta per poterla chiamare davvero nostra?

Educare alla cittadinanza digitale significa certamente imparare a usare gli strumenti. Ma significa anche imparare a vedere ciò che normalmente rimane invisibile: le regole, gli incentivi e le scelte di progettazione che stanno dietro lo schermo.

Perché essere liberi nello spazio digitale non significa soltanto poter cliccare.

Significa anche capire perché continuiamo a farlo.